Lettera di una tifosa neroarancio

Scritto dail 19 Aprile 2018

Io, domenica ad Agrigento, c’ero.

Settore ospiti, con la mia famiglia (tranne la maggiore che studia a bologna ed era a guardare la Fortitudo). La mia prima trasferta da tifosa (incompetente), ma ne ho sentito la forte necessità dopo il 9 aprile. Ho ritenuto necessario far sentire ai “ragazzi” e a tutto lo staff la vicinanza del loro pubblico di Reggio Calabria, piccola, misconosciuta e annoiata cittadina del profondo sud d’Italia. Della partita memorabile si è già detto abbastanza, io non commento da tifosa incompetente ciò che altri più qualificati di me hanno già fatto, ma da tifosa “di pancia”, come direbbe qualcuno, vorrei parlare del clima di amarezza, tristezza, rabbia e delusione che si respirava negli ultimi minuti del post gara. Perché il PalaMoncada è così piccolo che riesci a vedere gli atleti negli occhi, puoi fargli sentire la TUA voce, puoi, addirittura, toccarli.

Così mi sono avvicinata a guardare da vicino (da vicinissimo) il tuffo di Calvani e dei ragazzi tra le braccia degli ultras. Un ringraziamento, un saluto, quasi un chiedere scusa per non aver portato a termine ciò che fino a qualche settimana prima era sembrata una meta così ambita e forse inaspettata.

Non osavo avvicinarmi, intromettermi in un momento così delicato, quasi intimo nel suo pur essere pubblico, in un dialogo come può essere quello tra i tifosi che seguono questa squadra da decenni e un gruppo, un intero staff, con il quale si è ristabilito finalmente un feeling ormai perduto da tempo. Non mi sentivo parte di quel momento, non era per me, anzi ero un po’ a disagio, quasi una guardona, ma era più forte di me: volevo che quel ricordo mi rimanesse impresso nella memoria. Per sempre.

E così, mentre bevevo quello straordinario abbraccio e lo facevo mio, uno degli atleti si stacca dal gruppo, e, arrampicandosi non so bene come alle spalle del canestro, arriva con passi malfermi sotto la balaustra, proprio dove c’ero io con mio figlio.

Da quando seguo la viola, ogni anno, scelgo un mio beniamino. Non deve essere il più bravo, quello che fa più canestri o più assist o altro, ma quello che, a mio modesto e personalissimo punto di vista, più mi colpisce per la sua personalità. Inizio a guardarlo attentamente, mentre si riscalda, quando interagisce con i compagni, e, infine, quando gioca la sua partita, e quando esce dal campo a metà gara e a fine partita. Bene, da due anni a questa parte, il mio beniamino è Lorenzo Caroti. E proprio lui, incredibilmente, era il ragazzo che stava venendo verso di me. Una valanga di emozioni, di cose da dire, di domande si facevano avanti, ma non trovavano sfogo. Lui si avvicinava e io lo guardavo negli occhi, inaspettatamente chiari.

Anche lui guardava verso di me, ma il suo sguardo era obliquo, come se avesse paura di non riuscire a sostenerlo a lungo. Cercava di ricambiare il mio sorriso, ma le labbra erano tirate in una smorfia che solo lontanamente somigliava a un sorriso. Gli ho teso la mano, me l’ha stretta. Una mano dura, come credo siano quelle di chi ogni giorno maneggia per ore la palla a spicchi.

Ho guardato Lorenzo (che potrebbe essere mio figlio) per due anni dalla gradinata, ho tifato per lui, perché coltivasse il suo talento di giocatore generoso, che corre come un dannato per tutta la gara, che protesta quando gli chiamano un fallo, quando commette troppi falli, quando non ne azzecca una, quando è in stato di grazie e segna punti preziosi, quando esce dal campo incazzato, e quando si mette in posa per le foto dopo una esaltante vittoria.

E ho guardato Lorenzo domenica dopo la gara di Agrigento, per la prima volta, da vicinissimo, in fondo agli occhi. E ci ho visto tante cose, più di quante avrei volute dirgliene io, così in un istante, il tempo di quello sguardo. E ho saputo dirgli solo grazie. Troppo poco per tutto quello che questa squadra ha fatto in questa memorabile stagione.

E così oggi mi ritrovo sveglia alle tre di notte con tutti questi pensieri che mi impediscono di riaddormentarmi e so che l’unico modo per trovare pace è tirarli fuori. Nell’unico modo possibile, scrivendo.

Il pensiero più ricorrente è proprio come faranno a riposare tutti loro, come dormiranno (dormiranno?) in vista della gara di stasera? E di quella di domenica? Non posso fare a meno di mettermi nei loro panni e sto male, malissimo. Piango (sono pazza?). Piangeranno anche loro? Li ho visti piangere domenica. Li ho visti trattenere le lacrime, rimangiarsele per sentirsi più forti, eroi invulnerabili.

Ma adesso, tra tutta quella folla di pensieri e parole che mi hanno tolto il sonno stanotte, cerco di scolpire nella mente quelle che vorrei arrivassero loro, prima della gara, come contributo di una tifosa (e madre) incompetente che si sente in dovere di dire qualcosa ai “suoi” ragazzi.

Voi non avete perso, al contrario, Voi avete VINTO .

Avete VINTO una stagione indimenticabile (nel bene e nel male).
Avete VINTO la stima di migliaia di persone (tifosi e avversari) che hanno visto il vostro valore sul campo.
Avete VINTO l’indimenticabile esperienza umana e sportiva che avete condiviso con staff, compagni di squadra e tifosi.
Avete VINTO un posto nella storia della viola Reggio Calabria.
Avete VINTO la vostra crescita individuale e di squadra.
Avete VINTO (spero) delle amicizie importanti.
Avete VINTO un posto in un’altra squadra perché ve lo siete meritato.

Avete VINTO…

Mi piace pensare che tra tutti i ragazzi che praticano il basket a Reggio (e sono molti) da oggi in poi ce ne saranno tantissimi che potendo scegliere il loro numero sulla canotta sceglieranno il 10, il 9 (naturalmente), il 2 il 12, l’11, il 23 insomma tutti i vostri…

Mi piace pensare che da questo momento in poi, quando la diaspora sarà completata (perché credo che questo che accadrà inevitabilmente), quando ognuno di voi avrà meritatamente trovato un posto in una nuova società, continuerò a tifare per ognuno di voi, proprio come quando qualcuno dona gli organi. Il cuore andrà da una parte, il cervello (primo trapianto di cervello al mondo!) da un’altra, le gambe e le braccia (so che non sono organi, ma lasciatemi sognare) da un’altra ancora.

Mi auguro che ognuno di voi possa portare con sé un po’ della sua esperienza vissuta quest’anno, che ovunque voi andiate siate un po’ il Fabi della situazione, quello che parla con tutti, quello che ha sempre una spalla da cingere e una pacca da dare. O il Baldassarre, gladiatore imperterrito che quando c’è, c’è, e si vede e si sente. O ancora il Caroti che fino solo ad un anno fa era quello capace di sommare tre falli in 5 minuti di partita, ed oggi, dopo un anno soltanto, ne porta a casa magari solo 2 in una partita intera. E potrei continuare ma ho già detto abbastanza: portate in voi un po’ di ognuno dei vostri compagni ovunque andiate, ricreate e ricercate un po’ di questa straordinaria alchimia che abbiamo avuto l’onore di vedere in questa memorabile stagione.

Un’ultima cosa. Forse ho capito perché in questi giorni mi torna spesso in mente la canzone di Cremonini “nessuno vuole essere Robin”. Chi è Robin? L’eroe in secondo piano, il gregario, la spalla, quello che si mette al servizio dell’eroe da prima pagina. Non compare, ha un costume più dimesso (anche un tantino ridicolo, a me pare), ma è a servizio del più grande. Bene, vorrei dire che per me siete tutti degli eroi, anzi dei supereroi, e avete saputo stare uno a servizio dell’altro, perché è così che si fa in una squadra, ed è questo che ne fa la forza. Insomma siete state tutti dei Robin, e mi pare che abbia funzionato molto meglio così piuttosto che con un paio di Batman e 4 o 5 Robin (o no?). Vi siete fatti piccoli per diventare grandi, qualcosa di immenso, insomma.

Avete avuto la forza (non so da dove l’abbiate tirata fuori, giuro) di affrontare la gara di domenica con coraggio e determinazione giocando come se non ci fosse un domani. Cercando di prendervi quello che comunque vi spettava. Dimostrando una freddezza e una capacità di scindere emozione e raziocinio non da tutti, ma da campioni (e uomini) quali siete.

Lo avresti detto tu, proprio tu, Lorenzo Caroti da Cecina, che saresti riuscito ad affrontare una situazione del genere un anno fa, quando eri un’altra persona?

Bisogna voltare pagina, una nuova stagione vi attende, nuove vite, nuove imprese, nuove città, ma credo fermamente che vi porterete dentro qualcosa di grande oltre al nostro piccolo, striminzito, timido e inadeguato

GRAZIE!


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